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Riflessioni per un SI al Referendum del 20 settembre

Premessa

Referendum del 20 settembre. Perché si vota

La Legge di riforma costituzionale che prevede la riduzione del numero di parlamentari è stata votata in seconda lettura dalla Camera con il 97% dei voti favorevoli e quindi sarebbe dovuta entrare in vigore senza passare per il referendum, ma 71 parlamentari hanno presentato la richiesta di sottoporre a referendum confermativo questa modifica e il 20 settembre tutti gli italiani sono chiamati ad esprimersi sulla riforma costituzionale. Difficilmente avverrà, ma se gli elettori dovessero sconfessare il voto quasi unanime della Camera ciò non rafforzerebbe, ma rappresenterebbe una nuova delegittimazione del Parlamento e una spinta al voto per sostituirlo, senza ridurre i parlamentari e senza cambiare una legge elettorale che potrebbe produrre una maggioranza di 2/3 alla destra.
Siamo chiamati al voto perché 71 Senatori lo hanno chiesto non per una difesa della Costituzione, ma, come in molti casi dichiarato, per influenzare la Corte costituzionale sull’ammissibilità di un loro referendum sulla legge elettorale e condizionare in qualche modo la durata della legislatura.

Referendum del 20 settembre

Posizioni ideali e strumentali
L’ampio e appassionato dibattito sul Referendum del 20 settembre tra il popolo del PD conferma la vitalità di una comunità di persone che si confronta sui concetti di democrazia e rappresentatività nelle istituzioni, anche se nelle posizioni di alcuni gruppi dirigenti sembra affacciarsi una tentazione di schieramenti precongressuali.Nutro qualche dubbio invece sulla sensibilità costituzionale di Gasparri e dei 50 senatori del centro-destra (Forza Italia e Lega) che hanno sottoscritto la richiesta di far svolgere il referendum, ricordando come determinante sia stato il peso degli 8 senatori leghisti per raggiungere il quorum minimo di 64.
La posizione di Lega e FdI sul SI al referendum del 20 settembre è strumentale per non far rivendicare ai 5 stelle il successo del SI e per chiedere subito dopo uno scioglimento delle Camere ormai superate dai risultati, senza consentire una modifica della legge elettorale. A questo si aggiunge la speranza che una posizione prevalente per il NO nel PD e un brutto risultato per le elezioni regionali possano portare a una lacerazione nella maggioranza dopo il referendum.<
Rispetto, ma non comprendo molte posizioni che vengono dai membri di Italia Viva, perché leggo critiche a questa riforma che venivano fatte da alcuni costituzionalisti alla Riforma Renzi, riforma votata da gran parte degli elettori PD, che non è passata non perché gli italiani hanno votato in base ad una scelta sui temi costituzionali, ma perché la campagna delle opposizioni e di una certa stampa è stata concentrata contro le scelte del Governo. E sembra questa la stessa posizione strumentale che oggi assumono Calenda e Rizzo che motivano il loro NO con la necessità di colpire i 5 stelle e di mandare a casa il Governo.
Alcuni costituzionalisti, (che sembravano scomparsi durante il periodo in cui il Ministro dell’Interno Salvini metteva in discussione importanti diritti costituzionali), criticavano la riforma Renzi perché metteva insieme troppi aspetti diversi ed era meglio affrontare riforme puntuali ed oggi la criticano perché questa sarebbe una riforma puntuale e non organica.

Risposte ad alcune obiezioni sul referendum

Minore rappresentatività nei territori
La riduzione di 230 deputati e di 115 senatori dovrà portare ad un ampliamento degli attuali collegi elettorali e i fautori del NO denunciano un minore rapporto dei parlamentari col territorio in cui verrebbero eletti. A questo punto è bene ricordare che l’unico periodo in cui i parlamentari avevano un rapporto diretto con il territorio è stato quello in cui i collegi del Mattarellum coincidevano con una parte delle vecchie circoscrizioni romane. Allora i parlamentari eletti dell’Ulivo avevano delle sedi di riferimento in ogni territorio, ma il rapporto con il territorio non c’è più da molto tempo e non dipende dal numero dei parlamentari. Inoltre, si è spesso discusso se un eccessivo localismo aiuti realmente l’attività dei parlamentari o favorisca miriadi di emendamenti e leggine campanilistiche che poco hanno a che vedere con una programmazione di area vasta tipica dell’attività parlamentare.
L’attuale numero dei parlamentari venne stabilito nel 1963, un periodo in cui le camere svolgevano appieno tutte le funzioni dello Stato. Da allora sono state costituite le Regioni, che hanno ricevuto nel tempo molte funzioni dallo Stato centrale e il ruolo del Parlamento europeo e della BCE ha assunto un peso determinante in molte scelte economiche e internazionali prima riservate interamente ai Parlamenti nazionali. In questo quadro, accanto ai 945 parlamentari, vengono eletti 884 consiglieri regionali e abbiamo quindi in Italia un legislatore ogni 33.000 persone; ne avremo domani, dopo la riduzione, uno ogni 40.700.

E’ quindi importante oggi conciliare rappresentatività ed efficienza nelle risposte che il paese attende dal Parlamento, ridisegnando collegi che non rappresentino né una mezza circoscrizione romana, né l’intera Italia Centrale, ma un’area omogenea sufficientemente vasta e riorganizzando i lavori delle aule parlamentari, che oggi sono quasi interamente impegnate a discutere su proposte di Legge e Decreti presentati dal Governo. Non credo poi che ridurre il numero di Commissioni parlamentari da 14 a 10 rappresenti un vulnus democratico, ma può ridurre semmai i passaggi di ogni provvedimento in diverse commissioni.

Sbagliato pensare solo al taglio
Un’altra delle obiezioni al referendum del 20 settembre è legata al fatto che il solo taglio dei parlamentari senza misure integrate per rendere più efficiente il sistema parlamentare rischia di complicare anziché semplificare il funzionamento delle istituzioni. Per evitare ciò, il programma concordato tra le forze di maggioranza prevede che la legge costituzionale sul taglio dei parlamentari sia collegata ad alcune norme che rendono più efficiente e più rappresentativo il Parlamento, norme di cui il PD rivendica l’approvazione in tempi brevi nel rispetto degli accordi sottoscritti. In particolare, tali norme riguardano:

  1. L’approvazione di una nuova legge elettorale proporzionale con soglia di sbarramento;
  2. Il ridisegno dei collegi elettorali;
  3. L’estensione ai diciottenni del diritto di voto al Senato;
  4. L’aggiornamento dei regolamenti parlamentari.

Una riforma globale che rivedeva anche il ruolo del Senato, modificando l’attuale sistema italiano di bicameralismo integrale, unico nei paesi avanzati, era stata proposta dal Governo Renzi, ma è stata bocciata nel referendum del 2016. Quindi o si lascia intatto un sistema istituzionale pensato in un mondo di circa 60 anni fa, o si inizia a modificarlo, adeguandolo ai nuovi compiti richiesti da un sistema istituzionale integrato da Regioni ed Europa. E’ bene ricordare poi che l’accordo di maggioranza, che ha portato il PD a votare in aula a favore del taglio, ha cancellato definitivamente le precedenti proposte di modifica costituzionale sul vincolo di mandato e sul referendum propositivo illimitato che avrebbero svilito concretamente l’autonomia e la capacità legislativa del parlamento.

Rispetto degli impegni
La serietà e affidabilità di un partito per gli alleati e per gli elettori è rappresentata dal mantenimento degli impegni che si assumono in un programma di governo. A volte questi impegni possono non coincidere totalmente con gli obiettivi contenuti nel proprio programma elettorale, ma costruire un accordo tra forze diverse comporta necessariamente mediare su alcuni punti.  Proprio per gli sforzi fatti nella costruzione del programma di governo, oggi il PD di Zingaretti ha tutta la forza e legittimità per richiedere quanto concordato, cioè che prima del voto referendario si approvi in una Camera la proposta della nuova legge elettorale. Sta quindi a Conte e alle altre forze di maggioranza approvare in pochi giorni la proposta di legge incardinata nella Commissione Affari Costituzionali della Camera.  I tal modo si rafforzerebbe quell’unità di coalizione attorno ad una legge elettorale, che può essere approvata in aula superando le prevedibili resistenze dell’opposizione, che preferisce andare a votare con la norma vigente.  Dopo l’appello di Del Rio sembra che i partiti di maggioranza siano disponibili a procedere. Se non si trovasse un accordo di coalizione in questi giorni, il PD dovrebbe prendere atto che un impegno fondamentale del programma di governo è venuto meno e valutare tutte le conseguenze del caso.  Ma se la proposta di legge elettorale passasse col voto dell’intera maggioranza, sarebbe difficile per il PD prendere una posizione ufficiale contro il taglio dei parlamentari, perché verrebbe meno la sua serietà e affidabilità nei confronti degli elettori e la capacità di chiedere il rispetto di altri punti agli alleati di governo.

Il populismo e la difesa delle istituzioni

Nell’ultimo libro di Richard Baldwin “La Rivoluzione Globotica” si analizza l’ondata populista che ha investito il mondo intero nel 2016 in Usa e Gran Bretagna e negli anni successivi in Europa. L’elezione di Trump in USA e il risultato sulla Brexit in Gran Bretagna nel 2016, la debacle del PSE in Francia nel 2017 e la vittoria grillina in Italia nel 2018 nascerebbero da una sensazione di profonda insicurezza del ceto medio e popolare davanti a crisi economiche e fenomeni di globalizzazione.  Davanti a situazioni di cui non si riescono a comprendere né i meccanismi, né le responsabilità, la reazione populista immediata diventa quella di addebitare la colpa alle élite e alle istituzioni che non sono riuscite a dare risposte adeguate alla crisi. Davanti ad un processo che in questi anni ha visto identificare il Parlamento come una élite e ha consentito con il voto del PD l’eliminazione dei finanziamenti pubblici per l’attività politica e di altre prerogative dei parlamentari, sarebbe difficile motivare oggi la contrarietà ad un ulteriore taglio, seppure ridotto, dei costi della politica. Piuttosto sarebbe necessario concentrare tutte le energie dei prossimi mesi nel rendere più efficiente il percorso decisionale del Parlamento, per consentire alle istituzioni di fornire risposte rapide ai gravi problemi economici e sociali che il populismo non riesce a risolvere. Infatti, dopo l’ubriacatura populista, molti elettori cercano nuove strade per uscire da una situazione di incertezza economica e, se il centro sinistra non è in grado di presentare loro una credibile via d’uscita dalla crisi, rischiano di cadere nella rete di una destra razzista ed antieuropea.

Sergio Scalia